NON È TUTTO U.F.O. QUEL CH’È CERCHIO...

 

 

Il 16 ottobre u.s. il <<RESTO del CARLINO>>, nella cronaca di Forlì, riportava in bella evidenza e con tanto di foto una notizia curiosa: sull’erba del prato antistante una villa padronale di Basiago (RA) era stato rinvenuto dai proprietari "un misterioso cerchio di una decina di metri di diametro, dal contorno di colore scuro".

Il cronista di turno corredava il "box" con l’immancabile dose di ironia, ipotizzando come origine della traccia l’ennesimo scherzo del solito buontempone o, in alternativa, l’atterraggio di un U.F.O., anche se nell’articolo veniva precisato che "l’impronta ad anello non era dovuta alla bruciatura dell’erba da parte dei...motori dell’UFO (!), bensì alla disposizione sugli steli vegetali di una sorta di polverina di color bruno-scuro, non meglio determinata".

Informato tempestivamente dall’amico Alberto Schönwald, del Centro Studi Parapsicologici, il sottoscritto (biologo e consulente scientifico del Centro Ufologico Nazionale) ha effettuato due giorni appresso (mercoledì 18/10) il sopralluogo di rito nella campagna ravennate, allo scopo di verificare la realtà dell’insolito fenomeno, prima di "scomodare" l’ipotesi extraterrestre.

E proprio in seguito al sopralluogo sono cominciate le sorprese...

Nel corso dell’indagine sul campo emergeva che i cerchi nel frattempo erano diventati due: al primo infatti s’era aggiunto quello rinvenuto, il mattino del lunedì precedente, dal custode del campo da calcio di Reda (situato in linea d’aria a circa 3 km. dalla villa) e "originatosi" sicuramente nella notte tra domenica e lunedì, dal momento che la domenica pomeriggio si era disputata una partita su quello stesso terreno di gioco e nessuno aveva notato alcunché di strano nel manto erboso. Tuttavia, se non era possibile escludere "a priori" l’ipotesi della messinscena per quanto riguarda il campo da calcio (chiunque può accedervi, anche quando l’impianto è chiuso, tramite uno squarcio nella recinzione), era comunque priva di fondamento la voce secondo cui la traccia circolare era stata ottenuta spruzzando il prato di vernice. Quest’ultima, qualora non fosse stata del tutto asciutta a causa delle condizioni ambientali di elevata umidità, avrebbe lasciato sulle dita un residuo ben diverso da quello che si otteneva toccando gli steli d’erba interessati dalla strana colorazione: una specie di polverina soffice ed impalpabile, estremamente volatile, simile al talco, ma di colore grigio-bruno, tipo cenere di sigaretta. Inoltre la circonferenza che appariva sul manto erboso differiva non poco sia dalla descrizione del giornale, sia dalle voci che sempre si rincorrono in casi analoghi:

1° - non era affatto regolare (somigliava più che altro alla forma di una "pralina": una calotta semisferica chiusa alla base da un segmento più o meno rettilineo);

2° - il diametro risultava alquanto inferiore (non 10 m., bensì 5.50);

3° - la superficie della pagina superiore degli steli erbosi che formavano il contorno (spessore 10-20 cm.) assumeva alla luce del sole una particolarissima tonalità indaco (la stessa rilevata a Lugo dai coniugi Manfredi e riportata sul <<Resto del Carlino>> del 19 ottobre): peculiarità, questa, che contribuiva a farne risaltare la presenza, in contrasto col verde dell’erba circostante.

Analoga si presentava la situazione nel parco della villa di Basiago; l’unica differenza, se di differenza si può parlare, consisteva nel fatto che l’eventuale penetrazione di intrusi allo scopo di...rafforzare con un ulteriore scherzo la psicosi dell’UFO è pressoché impossibile, dato che la casa padronale, con annesso un vasto podere, è completamente recintata e quindi inaccessibile, senza porre in atto manovre di effrazione (peraltro non rilevate).

 

Già all’esame obiettivo entrambi i cerchi avevano evidenziato caratteristiche quasi identiche: forma, dimensione, colore della corona circolare e, soprattutto, presenza di un "deposito" polverulento sulla pagina superiore degli steli erbacei (raramente in quella inferiore), conseguenza di un processo di natura certamente non chimica (vernice) né termica (combustione) né elettromagnetica (calcinazione da microonde), bensì BIOLOGICA. Tale deposito infatti, ad una più attenta analisi, risultava costituito da una serie continua di minutissime "bolle" color vinaccia, rifrangenti la radiazione solare, le quali al minimo tocco dei polpastrelli si tramutavano immediatamente in una polvere grigio-bruna, che lasciava una traccia persistente sulla pelle, proprio come una matita da trucco. Ma il particolare che più di ogni altro ha svolto il ruolo determinante nell’indagine è stato il fatto che tale sedimento era appannaggio quasi esclusivo degli steli di Graminacee (Lolium perenne) presenti in entrambe le distese erbose, mentre le altre essenze che di solito fanno parte dei prati (Papilionacee: Trifolium pratense, Medicago sativa) non erano interessate (sarebbe più preciso dire: parassitate) da tali "bolle".

Sì, perché in effetti si tratta di parassiti vegetali, o meglio di funghi microscopici (micromiceti), appartenenti alla classe dei Basidiomiceti Teliosporei. Ma siccome non è sufficiente fare appello alle reminiscenze universitarie per formulare una diagnosi, il sottoscritto ha provveduto a raccogliere alcuni esemplari di steli parassitati, per poterli esaminare con calma e con gli strumenti appropriati.

Al rientro in sede, gli steli prelevati da entrambi i cerchi sopra descritti sono stati osservati allo stereomicroscopio, a bassa risoluzione (25 x): la qual cosa ha confermato la presenza dei basìdi (basidio è il nome botanico che identifica il supporto delle spore nei funghi inferiori) e, di conseguenza, delle relative spore, costituenti la famigerata "polverina" color cenere che era rimasta adesa ai polpastrelli nel momento della raccolta dei campioni. L’identificazione precisa del micromicete parassita è venuta comunque dal Laboratorio Fitosanitario del Consorzio Agrario di Parma: si tratta di Urocystis tritici, parente stretta della Tilletia tritici, fungo parassita delle Graminacee (triticum è il nome latino del frumento, che appartiene appunto alla famiglia delle Graminacee). Conosciuto fin dai tempi più antichi (Francia, fine 6° sec. d.C.), è responsabile della malattia chiamata "carbone", per il fatto che le piante colpite appaiono cosparse di polvere nerastra, altamente tossica sia per gli animali (nel caso di piante da foraggio) che per l’uomo (nel caso dei cereali: memorande sono rimaste le epidemie del 1709 in Svizzera e del 1858 in Slesia). Sino alla fine del secolo scorso, in Europa, il 20 % e più dei raccolti veniva colpito da questa malattia e quindi doveva essere distrutto; oggi tale pericolo viene scongiurato alla fonte, in quanto le sementi selezionate per la semina, prima dell’immissione sul mercato, vengono "conciate" mediante soluzioni di composti organici a base di mercurio, che uccidono le clamidospore fungine eventualmente presenti. Ecco perché, ai giorni nostri, la malattia è quasi completamente scomparsa; ciò non toglie il fatto che, in natura, le spore di tale fungo continuino ad esistere e quindi possano manifestarsi occasionalmente, dalla fine di settembre in poi, specie in concomitanza con particolari condizioni meteorologiche (es. le abbondanti e persistenti precipitazioni verificatesi nei giorni antecedenti). Anche la zona interessata dal fenomeno (Faenza, Lugo, Zola Predosa, Castelfranco Emilia), come si può intuire, è accomunata da situazioni climatiche simili e, comunque, non è nuova al fenomeno stesso: il Prof. Giuseppe Lodi (autore di: <<Piante officinali italiane>>, da cui sono state ricavate informazioni utili alla stesura del presente lavoro) riferisce che già negli anni 1953-54 aveva personalmente riscontrato ai piedi delle colline prospicienti Zola Predosa, dove abitava, vaste aree coltivate a graminacee (frumento, segale, Lolium perenne) colpite dalla malattia.

 

 

CONCLUSIONI

 

Parafrasando una nota canzone di De Gregori ("Buffalo Bill", in cui tra la vita e la morte sceglie...l’America!), si può dire che in questo caso la soluzione dell’enigma <<cerchi-sui-prati>>, in bilico fra lo scherzo e gli U.F.O., risiede in un fenomeno della Natura: e questo, sinceramente, non può che farci piacere, perché ci invita a riscoprirla ed a non sottovalutare le sue infinite risorse.

Uniche note dolenti: la cronica superficialità con cui i <<media>> trattano gli argomenti "border line" (cioè quelli che non destano grande interesse nella popolazione, se non a livello di mera curiosità) e la deludente constatazione che la gente è divenuta incapace di osservare non solo il cielo (e quindi di riconoscere i fenomeni astronomici, quali l’estrema luminosità di Giove e di Venere in particolari condizioni atmosferiche, per non innescare la "caccia agli alieni", svegliando l’ufologo di turno in piena notte...), ma anche la terra: possibile che non ci sia stato in zona un vecchio contadino in grado di riconoscere ciò che, magari, aveva mandato in...cenere (è proprio il caso di dirlo!) il raccolto del padre o del nonno?

Congratulazioni pertanto al collega Renzo Cabassi, il quale è pervenuto, come il sottoscritto, all’unica risoluzione possibile del caso allo studio, dimostrando ancora una volta che la Scienza, quella vera, (e l’Ufologia, piaccia o no, merita questo appellativo) non ha sigle, né colori, né padroni: ha solo l’iniziale maiuscola...

 

GIORGIO PATTERA

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

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Lodi G. - PIANTE OFFICINALI ITALIANE - Edagricole Calderini, Bologna - 1978

Arietti N. / Tomasi R. - I FUNGHI VELENOSI - Edagricole Calderini, Bologna - 1975

Vignoli L. - SISTEMATICA DELLE PIANTE INFERIORI - Edagricole Calderini, Bologna - 1964

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Schultes R.E. / Hofmann A. - LES PLANTES DES DIEUX - Éditions du Lézard, Paris - 1993

Strasburger E. - TRATTATO di BOTANICA - Vallardi, Milano - 1968

Cetto B. - I FUNGHI DAL VERO / vol. 2° - Saturnia, Trento - 1976


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